lunedì 19 febbraio 2018

19 febbraio 2018 - Reticenze ed espressioni

Sono una lettrice forte, e ne sono contenta.
Nonostante questo, non ho mai creduto che un solo libro mi possa salvare la vita, o anche solo cambiarla.

Ma devo ammettere che questo saggio in particolare

Inline image 1

mi ha aperto gli occhi su molti lati di me stessa, e offrendomene una spiegazione "scientifica", e rivelandomi che ad essere così siamo tanti, mi ha molto consolata. E giustificata.

Mio padre, quando da piccola non mi dimostravo vivace e ciarliera con gli adulti sconosciuti, ci rimaneva male e me lo faceva pesare.
Nei gruppi di persone che conversano non mi trovo bene. Non riesco a seguire il filo del discorso, persino.
La spiegazione più semplice potrebbe essere che non sono troppo sveglia.
In realtà, come mi ha ben illustrato Susan Cain, io sono una perfetta introversa. Dunque, non amo indulgere nello small talk. Tante voci che risuonano contemporaneamente mi frastornano e mi annoiano. 
Non sono cattiva, tanto meno superba: il mio cervello funziona in un altro modo.

E se non ho nulla da dire, taccio.

Stamattina, ad esempio, non avrei niente di particolare da raccontare.
Però vi scrivo, e cercherò di spiegare quanto sia importante per me farlo.

Nel corso di questi anni, le mail che vi invio mi hanno costretta a concentrarmi su me stessa e sui miei pensieri in un modo costruttivo.
Mi hanno tenuto coi piedi per terra.
Hanno mantenuto un sia pur vago legame tra me e la scrittura.
Mi hanno permesso di tenere un legame con voi.

Per anni ho sofferto per le parole d'amore che mia madre non mi ha mai rivolto.
E per quelle che non mi hanno rivolto gli uomini che in qualche modo mi sono stati vicini.
Mi ha consolato intuire che ciascuno si esprime come può. Mia madre mi ha fritto e dato da mangiare tonnellate di bistecche, perché questo era il suo modo di dimostrarmi affetto cura e attenzione.
Un certo fidanzato che ho avuto apprezzava massimamente che tacessi, e faticava a parlarmi e a scrivermi. Però aveva un enorme talento per le arti figurative, e mi ha regalato tanti disegni bellissimi.

Io non parlo molto, ma ogni tanto vi mando una mail.
Non apprezzo di essere criticata per cosa e come scrivo, perché questo è il mio spazio di libertà. 
Ho bisogno che mi rispondiate, di tanto in tanto, perché altrimenti sento di parlare nel vuoto, e comincio a temere di essere considerata come spamming.
E vi sono immensamente grata per l'affetto che mi dimostrate, seguendomi.

Insomma: il gatto dice miao, il cane dice bau, io, se vi va, vi dico


Buona settimana!


Silvana


lunedì 12 febbraio 2018

12 febbraio 2018 - Gesti

Io non capisco il gergo dei critici d'arte.

Come tutti gli idiomi delle congregazioni e delle sette, talvolta mi pare fatto più per escludere gli altri che per trasmettere senso.
Riesco magari a intuire un messaggio, piuttosto che comprenderlo, come se la critica stessa fosse in sé un'opera d'arte (non necessariamente bella).
E uno dei termini che la mia mente non arriva a toccare fino ai suoi lontani limiti è "gesto".

Cosa si intende con "il gesto" di un pittore? Forse il senso della pennellata? L'energia che comunica con la sua opera, riflesso della propria concezione del mondo? La fisicità del'esecuzione?
Bho.

Paradossalmente,  a intravedere il significato di questo termine mi aiutano le tele di Fontana.

Inline image 1
Immagine da Google

Le tele di Fontana, si sa, si collocano alla fine di una lunghissima evoluzione del linguaggio pittorico.
Non è obbligatorio apprezzarle. Non è necessario capirle. Tutto, nell'arte contemporanea, è altamente soggettivo.
Qui, dico solo che il gesto di Fontana mi pare didattico.
Di per sé, è facile da capire.
Zac zac zac!
Un bel gesto artistico deciso.

Provo più interesse per i gesti di tutti i giorni.
Quelli che caratterizzano ciascuno di noi, e si fissano nella memoria come frecce.
Mia madre, ad esempio, ha raccontato un gesto di suo padre, che lei ha perso ancora bambina.
Nella nebbia dei ricordi, lo rivede seduto in compagnia di amici e familiari, la sera, accanto al fuoco del camino, che ride e guarda di lato, abbassando la mano verso terra.
Un gesto di un altro secolo, tipico di una persona che non ho mai conosciuto, ma che grazie alle parole di mia madre, e all'amore che lei provava per il nonno, si è fissato anche nella memoria mia.

Mia madre, invece, quando parla si porta la mano a coprire la bocca.
Un gesto che trovo civettuolo, e paradossalmente, perché mia madre è la persona più estranea della terra a ogni forma di civetteria e alle astuzie della seduzione.
Timidezza elegante? Affettazione da geisha?
Niente di tutto questo.
Mia madre è molto insicura di sé. Non vuole mostrare i suoi denti.
E con questo suo gesto, in cui la vedo inerme, e insieme piena di rispetto per gli altri, e tante altre cose ancora, mi straccia il cuore dalla tenerezza.

Mio padre, poi, quando rifletteva stringeva i denti.
Gli vedevo un muscolo della guancia vibrare ritmicamente.

Una vita fa la mia amica di infanzia, quando in occasione di uno sciopero mi disse che voleva comunque andare al lavoro, ribatté alla mia domanda "E se ti dicono che sei una crumira?" con queste parole: "Risponderò 'Sì, sono una biscottona!', mentre piegava la testa sulla spalla con fare civettuolo - questa volta sì - e ironico.
Ho riso tanto.

L'unico ragazzo che si sia dichiarato innamorato di me mi stava a guardare mentre sbucciavo le mele.
Gli piaceva come ne intaccavo la scorza con un colpo deciso del coltello, prima di ricavarne un serpente inspiralato.
Magari se lo ricorda ancora adesso. O forse no.


La Mizzi, la mia gattina amatissima che è morta un anno e mezzo fa, aveva un suo modo di corteggiare le porte chiuse, buttandosi a terra e scalciando con le zampe di dietro, mentre infilava quelle davanti nello spiraglio, come se volesse blandirle col senso dell'umorismo.
Anche quando scappava davanti a me, per gioco, faceva uno strano balletto con le zampe di dietro. 
Non ho visto nessun altro gatto fare così.

Inline image 2

E ricordo che la Titina, quando me l'hanno portata a casa, e per la primissima volta è rimasta sola con me, seduta a un'estremità del letto, mentre io ero stesa sull'altra, mi ha guardato e poi si è alzata di scatto facendo le fusa, per venirmi vicina.
Un gesto come una promessa, che fino ad ora nessuna delle due ha spezzato.

Inline image 4

Anche se la Titina, molti miei amici lo sanno, per tanto tempo mi ha fatto letteralmente ammattire.
Ad esempio, spaccandomi le ceramiche di casa.

Chissà cosa voleva dire, con quei gestacci...


Buona settimana!


Silvana


https://www.youtube.com/watch?v=BoLxwttnJzQ

lunedì 5 febbraio 2018

5 febbraio 2018 - Come sulle guglie del Duomo

Cosa vuol dire viaggiare?

Viaggiare è andare altrove. Cambiare il ritmo delle proprie giornate. Vedere cose nuove. 

La settimana scorsa non c'ero.
Mi svegliavo al mattino, aprivo la porta di casa e via, per ore e ore. Ritornavo solo a sera, stremata e contenta.
Alcuni di voi hanno indovinato la mia meta.
La foto che ho mostrato l'altro lunedì l'ho scattata al Castello Sforzesco.
Ero a Milano.

La settimana scorsa è venuta a trovarmi Malgorzata, l'amica che ho incontrato a Malaga due anni e mezzo fa, e che l'anno scorso ho rivisto nella sua città, Wroclaw.


​Malgorzata a Sant'Ambrogio

Con lei ho scoperto l'occhio nascosto di Sant'Ambrogio.

Inline image 1

Gli sguardi scanzonati di Santa Maria delle Grazie.

Inline image 2

Ho avuto l'ennesima conferma che i gatti sono piccoli leoni che si sono addomesticati solo per compiacerci

Inline image 3
Affreschi di San Maurizio

Convinta di portarla all'Accademia di Brera, in uno dei miei frastorni spazio-temporali ho scoperto la Pinacoteca Ambrosiana, 

Inline image 4
Dettaglio del cortile interno

e i Tiziano, Raffaello, Brueghel e Leonardo che custodisce.
Per non parlare delle tele del Nuvolone, che sapevo aver decorato la villa dove lavoro ogni giorno, adesso biblioteca, ma in altri tempi dimora nobiliare. Qui le ho viste per la prima volta.

Non che non si sia passate per il glorioso crocevia di Duomo - Galleria - Castello. I nostri passi si sono diretti da quelle parti quasi ogni giorno.
Cuore della bellezza di Milano, cartolina inderogabile, il sole che splendeva quando Malgorzata era qui ne ha illuminato i dettagli più curiosi.

Inline image 5
La nostra Statua della Libertà

Per non parlare della mostra di Caravaggio: finalmente, grazie alla mia amica, non mi perdo l'ennesimo grande evento che la mia città ha offerto.
L'attesa in coda per poter accedere, che temevo come certa fonte di angoscia e raffreddamento, insieme a lei è stato piacevolissima.
E poi, gli occhi della Madonnina vegliavano su di noi.


Viaggiare è vedere cose nuove, ma anche vedere quelle solite con occhi diversi.
Nei giorni scorsi c'era una persona nuova nella mia città, ma io in un certo senso ho vissuto dentro Malgorzata.
Anch'io, per qualche giorno, ho avuto il suo sguardo azzurro e pulito sul mondo.

Poi, Malgorzata è ripartita.
Se gli amici sono angeli, e gli angeli sono semplici metafore degli amici, è bene averne svariati a diverse distanze tra noi e l'infinito, distribuiti sulla terra come i santi delle guglie del Duomo sono distribuiti nel cielo.

Inline image 6

Malgorzata è il mio angelo che vive in Polonia.

Buon viaggio a tutti.


Buona settimana!


Silvana


lunedì 22 gennaio 2018

22 gennaio 2018 - Che coincidenza!

Nella mia carriera di lettrice, mi è capitato piuttosto spesso di imbattermi in pensieri che avevo pensato anch'io, prima di prendere in mano il libro in cui li ho trovati.

E così, proprio come Stefano Benni sono stata colpita dalla consapevolezza che tutto quello che facciamo, lo facciamo un numero finito di volte.
Prendere il caffè, guardare l'alba, salire sulla 90: prima di morire ci capiterà, ammettiamo, 6271 volte. E ogni volta è una volta di meno.

Inline image 1
Che sia stato su questo libro qui?

E in un romanzo di un autore ungherese che chi sia non so più

Inline image 2
Forse Ferenc Kormendy?

ho letto, riportata pari pari, la mia personalissima opinione, che ciascuno di noi raggiunge la piena rappresentazione di se stesso ad un'età diversa. Alcuni sono ottimi vecchietti, altri sono nati per fiorire a 32 anni, altri ancora raggiungono la perfezione di se stessi da bambini, e poi più.

Questo rispecchiarmi negli autori a volte mi fa sentire intelligente.
Altre volte mi dico: "Caspita, ma non potevo essere capace io di creare tutto un romanzo intorno a questa meditazione?".
Adesso, trovo che il fenomeno sia del tutto naturale, e immagino che sia capitato mille volte a tanti altri lettori.
Questo perché gli scrittori, secondo me, sono persone esattamente come noi, ma con delle capacità tecniche in più.
Se non fosse così, non ci rappresenterebbero. E non li seguiremmo.

Tra le mie letture del momento figura "Nella casa del pianista", il romanzo che l'ottimo Jan Brokken dedica all'amico Jurij Egorov, grande pianista ormai scomparso.



Per la prima volta, non è un mio pensiero che trovo espresso dalla penna di uno scrittore, ma un episodio intero, da me inventato qualche anno fa nella mia breve stagione di autrice.

Jan Brokken racconta di un'esibizione di Egorov a Salisbury: salito sul palcoscenico per provare lo Steinway affittato apposta per lui dall'organizzazione, poco prima del concerto scopre che il tasto del mi bemolle è rotto.
Apriti cielo!
Ma per fortuna, l'accordatore riesce a riparare il danno in tempo, e tutto prosegue a meraviglia, con grande successo del pianista e soddisfazione artistica di tutti.

Qui sotto vi propongo la mia versione della stessa, identica storia.
Guarda tu che coincidenza!

Il pianista
Nascosta nell’ombra, in fondo al Teatro dell’Opera, Antonella si stringeva al manico dello spazzolone e ascoltava rapita la musica che proveniva dal palcoscenico. Il maestro Arturo Passacaglia, seduto al suo magnifico pianoforte nerissimo e lucido, alla luce di mille fari provava i brani che di lì a due giorni avrebbe suonato davanti alle personalità più in vista del paese, in un concerto che si preannunciava trionfale.
“Come fanno a dire che è brutto?”, si chiedeva Antonella, ammirando l’espressione rapita del viso lungo e magro, i capelli ricci e radi che, come una nuvola sfilacciata, circondavano la venerabile testa e ne sottolineavano ogni movimento, le gambe interminabili, ripiegate sotto il pianoforte a schiacciare nervosamente i pedali, e poi le mani, le celeberrime mani, che volavano sulla tastiera come colombe, come enormi ragni bianchissimi, e ne strappavano una musica divina.
“Su, forza, Antonella, sveglia!”, la richiamò sulla terra una collega, dandole una pacca sul sedere. “Se il Presidente trova una carta di caramella sotto la poltroncina, sai cosa salta fuori… E smettila di guardare il pianista con gli occhi di triglia, tanto quello non saprà mai neanche che esisti!”
“Ma poi, te lo sei visto bene?”, aggiunse una terza ragazza, allungando un piumino verso il palcoscenico. “Sembra un incrocio tra una giraffa e uno struzzo! Tutti i gusti son gusti, ma io uno così non lo voglio neanche se è l’ultimo uomo sulla faccia della terra. E poi, guarda che mani! Sembrano quelle del mio ginecologo. Ah, che impressione!”. E le due si allontanarono, storcendo la bocca con raccapriccio.
Antonella sorrise, compiaciuta dell’esclusività del suo amore.
“Pst! Ehi!”, si sentì chiamare all’improvviso da un vocino sottile sottile. La ragazza abbassò lo sguardo e, stretto contro il battiscopa, vide Gustavo, il vecchio topo miope che viveva nel teatro, il migliore amico che avesse lì dentro. Chinatasi, lo prese delicatamente nel palmo della mano e se lo nascose su una spalla, tra il maglione e il camice da lavoro, prima di riprendere a fare le pulizie.
“Allora, sei riuscita a conoscere il Maestro?”, le chiese Gustavo. “Guarda che dopo il concerto non avrai più occasione di vederlo: quello parte, va in giro per il mondo a esibirsi, e chissà quando torna nella nostra città… Ce l’hai, un piano?”
Come si è capito, la ragazza aveva il dono di comprendere il linguaggio degli animali, che però aveva sempre avuto cura di tenere ben nascosto poiché temeva di essere segnata a dito come una pazza, o come un fenomeno da baraccone. D’altra parte, Antonella era consapevole di portare un segno di distinzione assoluta, e aspettava solo di condividerlo con la persona giusta.
Qui entrava in scena il Maestro Passacaglia: era lui l’uomo predestinato a comprendere e amare l’anima di Antonella. Lei ne era convinta, glielo diceva il cuore. Tutto stava nell’avvicinarlo una prima volta.
“Se ho un piano… No, non ce l’ho! Non ci ho pensato, non ne ho avuto il tempo. Tanto, sono sicura che prima o poi riuscirò a conoscerlo…” rispose la ragazza al topo, mentre passava lo straccio bagnato sul pavimento dell’atrio.
“Sicura, sicura…”, ribatté Gustavo, “Qui, se non aiuti il destino, puoi farti vecchia con lo spazzolone in mano, e il tuo strimpellatore te lo rivedi solo in sogno! Dammi retta, adesso te lo dico io cosa faremo. Lo sai che Gustavo è mezzo cieco, ma ha una testa che funziona, e ti consiglia sempre bene…”
“Certo che lo so, di te mi fido, figuriamoci! Che cosa mi suggerisci di fare?”, chiese Antonella accostando la guancia al musetto dell’amico, mentre strizzava lo straccio nel secchio.
“Dunque, domani c’è la prova generale davanti ai dirigenti del teatro e a qualche altro pezzo grosso, no?”
“Sì, mi pare di sì. È anche quello un piccolo avvenimento, un anticipo della grande serata di dopodomani, mi pare…”
“Bravissima. E lo sai che succederà?”
“No, non lo so. Dimmelo tu.”
Gustavo gongolava soddisfatto. “Tu salverai il Maestro, il teatro, tutto quanto! Arturo Passacaglia ti sarà riconoscente, noterà il tuo grande cuore e si innamorerà di te!” Poi, accostandosi all’orecchio di Antonella e abbassando ulteriormente la voce, come se ce ne fosse bisogno, cominciò a bisbigliare il suo piano di battaglia.

Le signore erano farfalle rivestite di colori tenui, modesti, primaverili. I signori, invece, erano neri come scarafaggi.
La prova generale del concerto era un evento sociale poco meno importante della prima. Ufficioso, certo, e con pretese di disinvoltura, per cui di frac e di scollature ardite non se ne vedevano, ma naturalmente nessuno si sarebbe presentato in camice da lavoro coi bottoni davanti, come Antonella.
Accomodati nelle prime due o tre file, ecco il direttore del teatro, il responsabile artistico, il tesoriere, il sindaco, un paio di assessori, il ministro della cultura e diversi altri personaggi illustri, tutti con relativa accompagnatrice al fianco.
Antonella, come suo solito, era in piedi nell’ombra, verso il fondo della sala.
Quando fu l’ora, calarono le luci, il brusio tacque e tutti gli sguardi si puntarono sul palcoscenico.
Nel cerchio di luce di un potentissimo faro, il Maestro Arturo Passacaglia fece il suo ingresso in scena, avanzò sgambando come un trampoliere fino alla ribalta, mise la mano sulla pancetta tonda e si inchinò a salutare i presenti, che applaudirono con misurato entusiasmo. Quindi, il Maestro raggiunse il suo amato pianoforte. Buttò indietro le code del frac, si accomodò sul seggiolino, si rialzò per regolarne l’altezza, si risedette, sollevò il coperchio della tastiera, sistemò gli spartiti sul leggio, tossicchiò piano nel pugno, tenne sospese qualche istante sulla tastiera le sue mani grandi come albatri e poi abbassò otto dita per attaccare il primo accordo.
Subito, il Maestro Passacaglia si immobilizzò, aprì la bocca, impallidì. Un’espressione esterrefatta si dipinse sul suo volto lungo e magro. Alzò lo sguardo vuoto sul pubblico, tornò a guardare i tasti e con voce bassa e incolore, scuotendo i ricci grigiastri disse:
“Non posso suonare. Non posso, non posso…”
Col cenno di una mano, il direttore del teatro fece riaccendere le luci, poi si schiarì la voce e con tono controllato e circospetto chiese:
“Qualcosa non va, Maestro?”
Il pianista, continuando a fissare la tastiera, ripeté a voce un po’ più alta:
“Non posso, non posso… Questo pianoforte non va, non capisco, non posso suonare…”
Il direttore artistico represse un sospiro di esasperazione e replicò, con il tono che si usa coi bambini piccoli:
“Maestro, guardi che il pianoforte è il suo, è quello di sempre, e fino a ieri andava bene. Verso sera è anche venuto l’accordatore a controllarlo, il migliore del paese, era presente anche lei, si ricorda?”
“Indubbiamente ricordo, ancora non sono stato colpito dal morbo di Alzheimer”, rispose Passacaglia sollevando lo sguardo sui suoi interlocutori, esasperato, “Cionondimeno, al mio pianoforte è accaduto qualcosa. Emette suoni orribili, e io mi rifiuto di toccarlo, foss’anche con un’unghia!”. Quindi, raccolti gli spartiti, abbassò il coperchio e s’alzò.
Il direttore del teatro, sospirando a fior di labbra, si alzò con fare energico, salì veloce le scalette che portavano al palcoscenico, si avvicinò allo strumento e cominciò a picchiettarlo con le nocche sui fianchi, sul coperchio, persino sulle gambe.
“Ecco, vede, Maestro? Va tutto bene , è tutto normale…”
Passacaglia era sull’orlo di una crisi di nervi. “Ma come si permette, lei? Mi prende per uno stupido?”, gridò, avvicinandosi al direttore e allontanandone il braccio dal pianoforte quasi con violenza.
Le altre personalità erano già pronte a intervenire per salvare la situazione, ma non ve ne fu bisogno: dal fondo del teatro si levò una vocina sottile che diceva:
“Signori, con permesso, io so come risolvere il vostro problema…”
Tutti si voltarono, incuriositi, e dall’ombra videro emergere una ragazza piccola piccola, magrolina, con il naso sottile e capelli che le ricadevano a riccioli sulle spalle. Indossava il camice azzurrino delle donne delle pulizie.
Nessuno si prese la briga di rispondere, allora, prima di sentir venire meno il coraggio, Antonella si scrocchiò le dita, a passi piccoli e veloci attraversò il teatro e salì sul palcoscenico. Passò davanti al Maestro mormorando “Permette?”, si avvicinò allo strumento e, prima che la potessero fermare, sganciò una sicura e sollevò il coperchio della cassa di risonanza.
Gustavo, veloce come un fulmine, saltò fuori dal pianoforte e filò a nascondersi in un buco del muro.
Quando lo vide in salvo, la ragazza disse, trionfante: “Quel topo si era nascosto qui dentro; per questo il suono risultava distorto…”
Tutt’intorno fu un risuonare di “Oh!” e “Ah!” di sorpresa. Qualche signora emise gridolini d’orrore, il direttore proruppe: ”Chiamate subito la disinfestazione!”, vi fu persino chi applaudì a Antonella.
Arturo Passacaglia, da parte sua, si avvicinò sorridendo alla ragazza, le afferrò le mani piccole e ruvide, se le portò al cuore e disse, scuotendo con riconoscenza i riccioli:
“Solo lei, signorina, poteva salvarmi!”. Antonella non riusciva a respirare dall’emozione, pendeva dalle labbra del Maestro. “Sì, sì, solo lei poteva salvarmi. Lei che sola, qui dentro, si intende di sporcizia!”
La ragazza rimase stordita, come quando si riceve un colpo in testa. Ma dopo un istante si riscosse, con decisione liberò le mani da quelle enormi, sudate e fredde del pianista e, senza dire una parola, svelta svelta sparì negli oscuri meandri del teatro.

Quando tutti se ne furono andati, Antonella tornò nel buio della sala armata di torcia elettrica, e si mise a cercare il suo amico.
“Gustavo! Gustavo!”, bisbigliava, facendo scorrere il fascio di luce lungo i battiscopa. Finalmente, un musetto vibrante e baffuto emerse da un nascondiglio invisibile.
“Sono qui! Allora, gli hai parlato? Com’è andata? Tutto bene?”, le domandò ansioso il topo, stringendo gli occhietti lucidi e neri, quasi ciechi, alla luce della torcia.
“Tutto bene, tutto bene…” rispose ironica la ragazza, mentre si chinava a prendere l’amico nel palmo della mano. “Ti invito a casa mia per qualche giorno, Gustavo. Resterai da me fino a che qui dentro si saranno calmate le acque. Poi vedremo…”
“Ma tu non hai un gatto?”, chiese il topo, allarmato.
“Sì, anzi, ne ho due. Ma non preoccuparti, loro fanno quello che dico io”, rispose l’altra, mentre si faceva scivolare Gustavo tra la sciarpa e la gola.
“Ah, bene. In questo caso…”, fece lui, non troppo convinto. Poi riprese: “Ma dimmi, com’è andata col Maestro? Non farmi morire di curiosità…”
Antonella sospirò e disse: “È andata come doveva andare. Può capitare anche di prendere degli abbagli, nella vita. Ma sono stata fortunata: pensa a quanto tempo ho risparmiato, grazie a te. Se non mi fossi accorta subito che era un cretino…” Rabbrividendo al pensiero di un ipotetico futuro dedicato a un essere indegno, face un cenno di saluto al custode del teatro e uscì in strada.
“Però, Gustavo…” riprese a dire, improvvisamente contenta, respirando profondamente l’aria fredda della notte: “Pensa come sarà bello, quando avrò incontrato la persona giusta…”
Sorridendo, sfregò la guancia contro il muso del suo amico, aprì la portiera della sua automobilina e veloce come un fulmine tornò a casa.

La mia storia non sarà mai pubblicata, ma per fortuna ho voi, che la leggerete.
Credo...

Ad ogni buon conto, buona settimana!

Silvana



P.S.: La mia amica Patrizia - un'altra coincidenza! - proprio ieri mi ha mandato questo bel filmato.
Quanti pianisti, a questo mondo!

lunedì 15 gennaio 2018

15 gennaio 2018 - Seconda puntata delle mie peregrinazioni vocali

Mi ha raccontato la mia amica Lorena, qualche giorno fa: 
"Sai che l'altra sera, alla tale manifestazione, ho visto il coro gospel in cui hai cercato di entrare l'anno scorso?
Però a me non è piaciuto molto. Il suono degli strumenti era troppo forte. E l'accompagnamento in sé lasciava molto a desiderare.
Inoltre, a vedere come si agitavano in quei camicioni, li ho trovati piuttosto ridicoli.

Inline image 2
I camicioni ridicoli

Fortuna che tu non c'eri!"

(chi volesse sapere la storia, la trova qui :


Ecco: con il senno di poi posso dire: fortuna che non c'ero anch'io.
Fortuna che non mi hanno voluto.
E quanto ho goduto, sadicamente, a sapere che le loro esibizioni non suscitano entusiasmi!

Inline image 3
Immagine da pinterest

Non tutti sanno però che dopo aver perso un anno appresso a gospelisti canterini che vogliono fare gli americani, quest'anno per me è iniziata un'altra avventura con un'altra associazione, di tutt'altro tipo e stile.

E dunque, prima ho contattato una "ragazza" con cui ho lavorato qualche decennio fa, che sapevo far parte di una corale.
Lei, che è simpatica, mi ha detto "Vieni vieni!"



Dunque, a settembre sono andata, un martedì sera, e il Maestro mi ha ascoltato una prima volta.
Ha detto che potevo cominciare a frequentare i loro incontri.


Io da allora sono stata molto ligia.
Tranne due o tre volte in cui ero davvero sfatta dalla stanchezza, sono andata a cantare con loro.


Si è trattato di affrontare un grande insieme di persone sconosciute.
Io non ho mai avuto dimestichezza con le persone raggruppate.
I gruppi mi hanno sempre fatto un po' paura.


E affrontare il viaggio con i mezzi, nel buio e nel freddo delle serate invernali in Alta Italia, non è fisicamente piacevole. Ohi le mie povere ossa.
Fortuna che al ritorno, più o meno, c'è qualcuno che mi accompagna...


Anche la consapevolezza di non conoscere i brani è una difficoltà da affrontare.
Il repertorio non è semplice. 
Tutti gli altri sono preparati e hanno esperienza. Io no.
A volte, bisogna semplicemente lasciarsi andare alla consapevolezza del limite, come quando si fa il morto in mezzo al mare.


Però a casa ho studiato, eh!
Non è che non abbia studiato.
Ascolto i brani didattici che mi forniscono i compagni di coro, e il gentilissimo youtube.
Non con grande regolarità ma, quando mi ci metto, vado a manetta.

E sopporto di sentirmi risuonare nella zucca queste melodie tutta la giornata e a volte tutta la notte, perché i brani hanno in comune una strana natura maniacale e persecutoria.
Che però forse è un po' una caratteristica di tutto la musica barocca.


Al penultimo incontro prima di Natale, il Maestro mi ha riascoltato per verifica, e sebbene abbia fatto una figura un po' penosa mi ha detto che sì, faccio ufficialmente parte del coro!


E il martedì dopo, durante i festeggiamenti dell'ultimo incontro dell'anno, un paio di compagni coristi si sono detti molto contenti di me, perché sono intonata ho una bella voce sono simpatica.

Coro gospel: tiè tiè tiè!

E se volete assistere alla mia prima esibizione col mio coro, chiedetemi informazioni.
Se tutto va bene, sarà a febbraio, nella biblioteca dove lavoro.

Il concerto, d'altronde, lo avete già ascoltato in anteprima.


Buona settimana!


Silvana

venerdì 12 gennaio 2018

8 gennaio 2018 - Pecore varie

Stasera ho problemi con la connessione internet. 

Ho l'influenza e male alle orecchie.

E le comiche canadesi non sono più in programmazione! 

Con tutte queste calamità,  si sospendono le trasmissioni. 


Altre pecore ben famose le trovate qui




E per chiedere al buon Gesù di non togliermi il bene dell'udito, nella speranza che passi il dolorino, leviamo un canto mozartiano



Miglior inizio a voi.

Buona settimana 



Silvana