lunedì 22 maggio 2017

22 maggio 2017 - Rione storico

La luce tirata a secchi sui muri, i panni stesi, i bambini per le strade, i cancelli arrugginiti, le scritte surreali, i riflessi nelle vetrate, i fiori, i gatti, i cani, i pini come progetti architettonici, le ombre come nuvole, i cortili come giungle, le tendine alle finestre che sembrano palpebre, il silenzio, le grida dei ragazzini che giocano a pallone in piazza, la capitale che si rannicchia nel borgo, l'eternità che fa il punto un sabato pomeriggio di sole:

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Roma, per me, è una città immensa perché riesce sempre a stupirmi.
Sabato scorso ho capito che Roma, in fondo, è una grande città di mare - un po' più distante dal mare perché in effetti è molto grande - e magari nel corso della Storia non avrebbe voluto essere nient'altro.

Dice Silvana, l'amica che mi ha accompagnato per queste strade, che se fossimo state a Trastevere i vetri rotti alle finestre non li avremmo visti. Lì riparano tutto subito - perché è una zona turistica.

E allora io non lo scrivo, dove sono stata di preciso, così se questo rione storico diventa turistico io non c'entro pe' gnente.
(Non che creda di essere come il Touring Club).

Buona settimana!


Silvana


lunedì 15 maggio 2017

15 maggio 2017 - Suoni e rumori

Che poi, considerate tutta una serie di cose, mi si potrebbe chiedere: ma come mai non hai ancora chiesto il trasferimento dalla biblioteca in cui lavori?

Molto è dovuto alla mia inerzia connaturata.
Altrettanto alla bellezza del luogo.

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Altrettanto ancora al percorso che seguo per arrivare - cioè al parco che attraverso in bicicletta.

Il fosso, ad esempio

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Mi piace metterci dentro gli occhi quando l'acqua è trasparente.
Mi piace guardare le canne che crescono.
E le erbe che si riflettono.
Le pietre del fondo che scintillano.
Mi piace incrociare la famiglia De' Paperis, certe mattine.
Sentire le acque che gorgogliano.
Ma, soprattutto, ascoltare le rane che gracidano.

Se dovessi fare la lista delle cose che mi mettono di buon umore, sempre e comunque, almeno un pochettino, il cra-cra delle ranocchiette occuperebbe una delle prime posizioni.
Mi stupisco di tornare a sentirlo a primavera, quando quegli animaletti si risvegliano dal loro misterioso letargo.
E ogni volta che odo un tonfo nell'acqua, un movimento furtivo, e quel richiamo forte, sguaiato, buffo, simpatico, grottesco, mi viene quasi da ridere.

Le rane, quando gracidano, sembra che ruttino.
Sono rutti alla faccia nostra, alla faccia dei cinesi che vanno a catturarle per mangiarsele (lo so, li ho visti) - ma loro ogni primavera ritornano lo stesso.
Coi loro rutti da adolescenti che hanno voglia di trasgredire le regole - però senza cattiveria.

Mi chiedevo, dunque, ascoltando le ranocchiette: cosa sarebbero i posti che ci piacciono, senza i rumori che li rendono vivi?
Il mercato, senza il vociare della gente.
La stazione, senza i richiami degli altoparlanti.
I boschi, senza lo stormire delle foglie.

Le mattine, senza il canto dei merli.

I merli non sono ancora scomparsi dalla mia città, per fortuna: a differenza dei passeri, ne vedo tanti in giro per i parchi e per i prati, lucidi neri e grassi come proto-industriali inglesi.
Quando li odo fischiare, all'alba, mi sento tanto donna di Neanderthal, sospesa sull'inizio del nuovo giorno.
Una sigla di apertura da brivido ancestrale.


E un altro suono che mi faceva venire i brividi, anni fa, era la campana della chiesa vicina all'albergo dove ho alloggiato, quando sono andata ad Amsterdam.

Il motivo che diffondeva era molto bello, struggente.
Non ho mai provveduto a registrarlo: il mio cellulare di allora non era abbastanza smart. D'altronde, non l'avrei registrato lo stesso.
Il mio albergo - e quindi anche la chiesa - era a poca distanza dalla casa-rifugio di Anna Frank.

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Immagine da Google

Fermare su un cellulare la musica che lei deve aver sentito ogni ora - ogni ora un'ora di sopravvivenza in più - mi sarebbe sembrato sacrilego.

Meglio lasciare che queste onde sonore si perdano nel tempo e nello spazio.



Buona settimana!


Silvana


lunedì 8 maggio 2017

8 maggio 2017 - Sogni

Dall'inizio dell'anno ho una nuova tradizione personale: se passo una giornata in qualche modo bella, priva di patemi e angosce, a suo modo speciale - di quelle che il poeta Catullo avrebbe definito "lux candidiore nota" - io ne conservo il fogliolino dal calendario a strappo e lo infilo in bocca a uno delle mie due guardie anti-incubo (sul blog, un giorno, ne potrete vedere la foto. Attendere con pazienza).
Per ora, ne ho collezionati uno per mese.

Il fogliolino di marzo si riferisce non a una giornata, ma a una nottata. A un sogno che ho fatto, particolarmente bello.

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Odilon Redon: Yeux clos (da Google Images)

Col passare del tempo i particolari mi passano di mente, ricordo però che qualcuno mi diceva, e me lo diceva col chiaro intento di insegnarmi qualcosa per sempre, perché mi rimanesse in mente anche durante la veglia, dunque mi diceva: "In qualsiasi stanza tu possa entrare, c'è qualcuno che ti vuole bene". E io ho pensato - non so se ancora nel sogno, o appena sveglia - che questo qualcuno che mi voleva bene fosse uno spirito, un'anima dei trapassati, che secondo quelli dotati di vista ultraterrena ci circondano sempre e ovunque. Con grande probabilità mio padre. E ho pensato, per qualche motivo irrazionale, o forse semplicemente perché di carenze affettive io sono ricca e il bisogno di compensarle si fa sentire sempre più forte, ho pensato che questo che mi veniva detto in sogno fosse vero. 
E ne ho provato gioia.

Di sogni che mi portassero gioia, nella vita, ne ho fatti all'incirca due o tre.
Altri sono stati a loro modo ugualmente interessanti. Spesso, accostabili tra loro per una qualche caratteristica comune.

Così, mi è accaduto diversi anni fa, mentre dormivo accanto a una persona che mi faceva sentire tranquilla e serena (così credevo io, nella mia pia illusione), di sognare un altro fidanzato di molto tempo prima, che mi faceva sentire elettrizzata ed entusiasta e frenetica.
Al paragone, la tranquillità del momento mi era sembrato uno stato inferiore della mia qualità di vita, della mia felicità, e di conseguenza mi ero sentita triste e in colpa.

Pochi giorni fa, invece, ho sognato quest'altro compagno e la serenità e il senso di appartenenza che mi faceva sentire.
A confronto con la sensazione di solitudine e l'abbandono che mi accompagnano al presente, un'altra volta, ho potuto provare una volta di più che la mia qualità di vita ha raggiunto uno stadio inferiore.

Riflettere su questo doppio crollo verso il basso, però, mi ha reso consapevole che un domani, malata, potrei sognarmi sana, come credo di essere adesso, e di nuovo proverei l'esperienza dell'inesorabile peggiorare della qualità della mia vita.

E poi, nessuno ci dice che non si sogni anche da morti.
Forse, da morti sogniamo tutto il tempo di essere vivi - magari anche malati ma vivi, così che eternamente abbiamo la sensazione dell'ultimo, estremo peggioramento del nostro stato.
Non possiamo saperlo.

Quando ero giovane, una delle mie opere letterarie preferite era Waiting for Godot di Samuel Beckett.
Una delle "gag" che si ripetevano regolarmente, nel corso del dramma, era Vladimiro che insultava Estragone - forse addirittura lo picchiava, non ricordo - perché Estragone si incaponiva a voler raccontare i propri sogni.

Anche voi vorreste insultarmi? Forse anche picchiarmi?
Pazienza.
A voi va comunque il mio più sincero augurio:

Buona settimana!


Silvana





lunedì 1 maggio 2017

1 maggio 2017 - Altri angeli 2

Per un certo periodo sono andata a farmi tagliare i capelli dai cinesi.
Il risparmio era notevole.
Ho un taglio che, mi pare, rientra nei loro canoni mentali, quindi se la cavavano abbastanza bene.
Certo il risultato non era perfetto ma, mi dicevo, nel loro caso è normale: io mi spiego e loro non mi capiscono. 
Chiedevo di scalarmi le punte e loro non le scalavano, però erano giustificati: non parlano la mia stessa lingua.
Diverso è andare dagli italiani, che ti fanno pagare cinque volte di più e le punte non te le scalano lo stesso.
E dunque.

Poi, qualcosa è cambiato.
La vista degli asiatici per diverso tempo non mi ha fatto piacere.


Ho vagato qui e là tra varie pettinatrici italiane che non sempre mi capivano, raramente apprezzavo.
L'emergenza psicologica antiorientalistica alla fine è rientrata, ma non sono tornata da loro.
Ho notato che una mia compagna di coro aveva proprio un bel taglio. Mi sono informata, ho saputo che la sua parrucchiera era solo a cinque minuti da casa mia, ci sono andata e da allora non ho più cambiato.

Dalla mia parrucchiera di fiducia, adesso, le punte me le scalano.
La premessa è irrinunciabile, ma il segreto della mia fedeltà non è questo.
Il segreto si chiama Susanna.

Susanna è rossa di pelo, e molto dolce.
Mi lava i capelli soavemente.
Senza troppo insistere, mi consiglia l'acquisto di certi prodotti piuttosto costosi, ma solo perché ne ho effettivamente bisogno.
Mi sorride.
Parla con me, ma con misura.

L'ultima volta mi ha detto di conoscere mia sorella, perché abita nello stesso palazzo.
Mi ha raccontato il sogno della sua vita - avere una casa col giardino per poter avere un cane, e andare a vivere al mare.

Un sogno semplice e dolce come una ciambella.

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Immagine da Google

Alla fine, l'ho vista contenta di vedermi andare via contenta.
Ho commentato: "Dovrei venirci più spesso, qui..." e lei ha annuito, ma non perché le interessi guadagnare di più. Le fa sinceramente piacere vedermi con la testa in ordine, per il mio bene.
Lo so. 
Lo sento.

Il negozio della mia parrucchiera dà sulla strada principale della mia città, e ha tre grandi vetrine a vista.
Quando ci passo davanti e scorgo la sua testa rossa, mi fa piacere.
Mi scalda un po' il cuore.
Sono contenta che esista.

Eppure, non ci tengo a fare amicizia con lei.
Non desidererei frequentarla al di fuori del negozio.
Mi basta che stia lì, e intravederla di tanto in tanto, e varcare quella soglia ogni tre o quattro mesi per farmi mettere a posto la testa, soavemente.

Tempo fa ho scritto che i nostri amici sono gli angeli che ci accompagnano nelle gioie e nelle traversie di questa terra.
Però, se penso all'uomo delle pattumiere di quando ero bambina, e alla mia parrucchiera, adesso, mi dico anche che ci sono angeli che ci accompagnano un poco da lontano.

E' bene avere degli avamposti di paradiso a distanze diverse, lungo il percorso tra noi e l'infinito.

E non è detto che sia giusto guardare le creature celesti troppo da vicino...



Buona settimana!

lunedì 24 aprile 2017

24 aprile 2017 - Altri angeli

La mia biblioteca è frequentata da gente mediamente maleducata.
E intendo "mediamente" in senso letterale: il microcosmo dei nostri
utenti è rappresentativo del resto della società.
Detto questo, so di lavorare per un pubblico elitario e privilegiato -
psicotici e barboni inclusi. Peggio sarebbe fare la cassiera in un
ipermercato.
In un ipermercato sì che entrano cani e porci. Perché la pasta la
mangiano tutti quanti - quindi, tutti la comprano.
I libri - anche se ormai in biblioteca non si cercano più solo quelli
- vanno pur sempre a finire nelle mani di una minoranza della
popolazione, e probabilmente non la peggiore.

Ma, come dicevo, la gente è mediamente maleducata, e nei luoghi
pubblici fa cose brutte.
Verso certi comportamenti io sono tollerante.
Ad esempio: se qualcuno si addormenta in poltrona, nel salone, a me
non sembra grave. Si dorme quando si è stanchi. Essere stanchi è
inevitabile. Assopirsi può essere incontrollabile. Chi non russa
rumorosamente, non si scompiscia scompostamente, non perde orribili
bave dalla bocca e non urla, in preda a incubi orripilanti, in fondo
non dà fastidio a nessuno.

Se vedo uno che fuma una sigaretta elettronica in corridoio, sono
presa da perplessità istituzionale, e non dico nulla.

Invece, a chi lascia i bagni in stato indecente brucerei il culo con
la fiamma ossidrica. Ma è difficile coglierli sul fatto.

E se sento qualcuno che fischia, vado a dirgli: "Non si fischia in biblioteca!".
Fischiare in luogo pubblico, per me, è proprio un gesto da cafoni.

E poi, nella mia vita, c'è stato solo un fischiatore.
Gli altri tacciano.

Il Solo Vero Fischiatore era l'uomo della nettezza urbana che svuotava
i locali pattumiera del mio cortile, quando ero piccola.
Era un uomo nero e riccioluto, con la barba sempre in crescita, la
pancia grossa e i lineamenti molto marcati.
Però, quando mi incrociava mi sorrideva e mi salutava. Mi chiedeva "Come stai?"
Per me, che potevo sempre contare sulla malevolenza della gente,
un'oasi di benessere.

E poi, come dicevo, aveva un clarinetto al posto delle labbra.
Avrebbe potuto fare il concorso alla Scala - e vincerlo.
Quando ero in camera mia e lo sentivo fischiare, giù in cortile, c'era
sempre il sole.


FINE PRIMA PUNTATA

Vi piace questa novità?
Sì?
No?

Potete anche rispondere, se volete...


Buona settimana!


Silvana

lunedì 17 aprile 2017

17 aprile 2017 - Lunedì dell'Angelo




Forse una mosca che si gode beata la luce del sole crede di essere un angelo.

O forse pensa di essere una mosca bellissima.

O forse si dice "Come sto bene!", senza chiedersi chi è.


E questa è la mosca più felice di tutte.




Buon Lunedì dell'Angelo!


E buona settimana.


Silvana




https://www.youtube.com/watch?v=YXuHR7As_jo

lunedì 10 aprile 2017

10 aprile 2017 - Mi manca la citazione

Di tante caratteristiche che la gente può avere, è difficile dire se siano un difetto o un pregio.

Lo scriveva Kurt Vonnegut nei suoi romanzi di fantascienza.
Su un pianeta sei un criminale, su di un altro sei un benefattore dell'umanità.

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Kurt Vonnegut

Ma non ricordo di preciso il romanzo in cui l'ha scritto.
Mi manca la citazione.
Ho poca memoria.
E questo decisamente è un difetto.

Poi, ho una grande difficoltà di concentrazione.
Soprattutto quando dovrei occuparmi di qualcosa che non mi interessa.
Non mi interessa? Sbram!
Tiro giù la serranda del mio cervello e non ci sono più per nessuno.
Uno svantaggio per chi ha a che fare con me. Quindi, un difetto.
Un pregio per me stessa: non perdo tempo e non mi annoio.

La serranda precipita inesorabilmente quando non riesco a trovare un senso in quello che ascolto.
Cose già sapute. Cose ovvie. Cose prive di punti di vista. 
Parole che non si riferiscono a niente.

Quanto sarebbe meglio un bel silenzio.

Un bel silenzio.

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Avevo un'amica, una volta, con cui mi trovavo molto bene anche quando non si parlava.
Soprattutto se andavamo da qualche parte insieme in auto: lei guidava, io pensavo ai fatti miei.
Non parlavamo.
Forse, sono stati tra i  momenti più belli della mia vita.

Stavamo così bene.

Sono sicura che anche voi starete bene con me, se quando non ho niente da dire taccio.

Facciamo finta che stiamo andando in auto da qualche parte, insieme.


Buona settimana!


Silvana